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ELLA ESCRIBE LAS HISTORIAS QUE FRANCISCO LOMBARDI LLEVA A LA
PANTALLA.
AQUÍ UN TESTIMONIO ACERCA DE "OJOS QUE NO VEN".
Francisco Lombardi siempre quiso hacer una película de hospitales: lugar ideal para situaciones dramáticas. El proyecto de "Ojos que no ven" no estaba aún armado pero Giovanna Pollarolo aceptó el reto. Durante dos semanas, vestida con una bata de médico, pasaba cinco horas diarias recorriendo los largos pabellones del Hospital Loayza, mirando muy discretamente, acompañando al médico de turno. Giovanna sufrió, se conmovió y admiró el trabajo de las enfermeras y los médicos, así como aquella especial solidaridad de los enfermos. Fue entonces cuando, ella no sabe explicarlo, esas historias que estaban inventando empezaron a encajar, teniendo como base a dos viejos enfermos discutiendo frente a un televisor. Cuando ya la cinta era una realidad la guionista comprendió al hospital como metáfora: estaban trabajando en el espacio de la enfermedad, el mal y la esperanza.
Varias películas de Lombardi tienen la intención de testimoniar una época: "La boca del lobo", "Caídos del cielo" y, ahora "Ojos que no ven"...
Efectivamente. Creo que como peruanos, lo que ocurre nos afecta y, de pronto, tienes la necesidad de decir algo o, por lo menos, de organizar una ficción que haga discutir, ver, pensar o dudar sobre aquello que nos está afectando. Es la necesidad por expresar un conjunto de preocupaciones, convertidas en un producto de ficción.
¿Te crees el rollo del escritor comprometido?
No, no creo que a esta película se le pueda poner una etiqueta tan usada. Acá no hay un afán por ser didáctico. Creo que la cinta es una mirada desolada y, quien sabe, ni siquiera es útil para construir una sociedad mejor. Yo nunca he creído en el "escritor comprometido". Sí creo en la autenticidad de dar cuenta de nuestras sensaciones sobre estos hechos.
¿Temiste el lugar común que dice "la realidad es más terrible que la ficción"?
Sí, y por esa razón no se dramatizaron los hechos reales, sino que se usaron como un telón de fondo, en el esquema de seis historias autónomas. La idea era mostrar cómo estos acontecimientos, inscritos en la esfera de lo público, se reflejaban y afectaban la vida de personas comunes y corrientes.
¿Esa estructura fue elegida desde el inicio?
De un lado había la pregunta "¿cómo contamos eso?". Sin embargo, la manera como vemos las situaciones reales cambia totalmente pasados dos o tres años. ¿Cómo podemos contar algo tan presente sin dejar que se asiente y se asimile? En esas conversaciones con Pancho nació una antigua idea suya: explorar más el esquema de "Caidos del cielo", que lo vimos desarrollado magistralmente en "Short cuts" y "Magnolia". "Ojos que no ven" es una película con muchas historias, eso es bueno por un lado, pero también te trae problemas: te impide desarrollarlas con tiempo.
¿Qué imágenes y personajes te pidió el director?
Pancho tenía una imagen de un viaje por el sur: una pareja Coria por la carretera como en el filme lo hacen Tatiana Astengo y Carlos Alcántara. Él manejaba por la carretera y los vio, ella vestida de fiesta y él de diario. Ambos corrían, como escapándose de alguien. Otro personaje que él tenía muy claro era el de Gustavo Bueno, y claro, la relación de Elena (Patricia Pereyra) con el militar es totalmente de Lombardi.
En el personaje de Patricia Pereyra soltaste los temas acostumbrados en tu poesía...
Claro, es un personaje desolado, el que encarna la pérdida. Ella lo pierde todo, a sí misma, inclusive, como muchas mujeres que permanecen en la sombra. ¡Pero hay una galería más grande de mis personajes de "Atado de Nervios"! (ríe).
Por supuesto, hay dos notables: los encarnados por Gustavo Bueno y Melania Urbina.
La actuación de ambos es impecable. La idea partía de hacer un personaje corrupto, en lo profesional y en su propia vida. Desde que aparece Melania, el espectador sabe que Bueno es un lobo y ella la Caperucita Roja.
Una Caperucita que toca la flauta...
Creo que esa flauta es una suerte de luz, algo fuera de la mentira. La música es quizás la expresión artística más pura, es una liberación. Es el único espacio donde esta chica puede curarse también, una suerte de esperanza de curación.
(El Comercio)

INTERVISTA: Gioavanna Pollarolo
Raccontare per curare
LEI SCRIVE LE STORIE CHE FRANCISCO LOMBARDI PORTA SULLO SCHERMO.
QUI UNA TESTIMONIANZA RIGUARDO "OCCHI CHE NON VEDONO".
Francisco Lombardi ha sempre voluto fare un film sugli ospedali: luogo
ideale per situazioni drammatiche. Il progetto di "Occhi che non vedono" non era ancora
stato montato ma Giovanna Pollarolo accettò la sfida. Per due settimane, vestita con
un camice da medico, passava cinque ore al giorno percorrendo i lunghi padiglioni dell'Ospedale
Loayza, accompagnando il medico di turno e osservando discretamente. Giovanna soffrì, si commosse, ammirò il lavoro delle infermiere
e dei medici, come quella speciale solidarietà tra gli ammalati. È
successo in quei momenti, quando, precisamente lei non sa spiegarlo,
che le storie che stavano creando iniziarono a combaciare, avendo come base due vecchi malati
che discutevano davanti ad un televisore. Quando il film era già una realtà, la sceneggiatrice comprese
la metafora dell'ospedale: stavano lavorando nello spazio della malattia,
del male e della speranza.
Vari film di Lombardi hanno l'intenzione di testimoniare un'epoca: "La bocca del lupo",
"Caduti del cielo" e, ora "Occhi che non
vedono"...
Effettivamente. Credo che come peruviani, su quello che accade e ci colpisce
all'improvviso, c'è la necessità, il bisogno di dire qualcosa o, per lo meno, di organizzare una finzione che faccia discutere, vedere, pensare o dubitare su quello che sta
accadentoci. È la necessità per esprimere un insieme di preoccupazioni, convertite in un prodotto di finzione.
Ti senti nel ruolo dello scrittore impegnato?
No, non credo che a questo film possa essere messa un'etichetta tanto usata. Non c'è
una ricerca affannosa per essere istruttivo. Credo che il film è un sguardo desolato e
forse, nemmeno utile, per costruire una società migliore. Io non ho mai creduto
negli "scrittori impegnati". Credo si, nell'autenticità di
raccontare le nostre sensazioni su questi fatti.
Hai temuto il luogo comune che dice "la realtà è più terribile della finzione?"
Sì, e per questa ragione non si sono drammatizzati fatti reali, ma sono
stati usati come un fondale, nello schema delle sei storie autonome. L'idea era mostrare come questi avvenimenti,
inseriti nella sfera della cosa pubblica, si riflettevano e colpivano la vita di persone comuni.
Questa struttura è stata scelta dall'inizio?
Da un lato c'era la domanda "come raccontiamo questo? ". La maniera vediamo
come tuttavia le situazioni reali cambiano completamente passati due o tre anni. Come possiamo
raccontare qualcosa di tanto attuale senza lasciare che si collochi e si assimili? In
queste conversazioni con Pancho prese corpo una sua vecchia idea: esplorare
più a fondo il progetto di "Caduto del cielo" che è stato
magistralmente sviluppato in "Short cuts" e "Magnolia". "Occhi che non vedono" è un film con molte storie,
questo è bene da una parte, ma comporta anche problemi: ti impedisce di svilupparli con calma.
Quali immagini e personaggi ti ha chiesto il regista?
Pancho aveva l'immagine di un viaggio verso il sud: una coppia Coria per la strada come
fanno nel film Tatiana Astengo e Carlos Alcántara. Egli guidava per strada e li vide,
lei vestita a festa ed lui come tutti i giorni. Ambedue correvano, come scappando da qualcuno. Un altro personaggio che
lui aveva molto chiaro era quello di Gustavo Buono, e la relazione di Elena
(Patricia Pereyra) con il militare è totalmente di Lombardi.
Nel personaggio di Patricia Pereyra hai unito i temi abituali della tua poesia...
Certo, è un personaggio afflitto, quello che incarna la perdita. Lei perde tutto,
anche sé stessa, come molte donne che rimangono nell'ombra. Ma ho una galleria più
vasta di personaggi miei in "Atado de Nervios"!,( ride).
Ovviamente, ci sono due notabili: li interpretano Gustavo Bueno e Melania Urbina.
La recitazione di ambedue è impeccabile. L'idea partiva dal fare un personaggio corrotto,
sia professionalmente che nella propria vita. Appena appare Melania, lo spettatore sa che
Bueno è un lupo ed lei Cappuccetto Rosso.
Un Cappuccetto che suona il flauto...
Credo che quel flauto è una fortuna una luce, qualcosa al di fuori delle
menzogne. La musica è forse l'espressione artistica più pura, è una liberazione. È l'unico spazio dove anche questa ragazza può curarsi, una
sorta di speranza, di cura.
IL testo è liberamente
tratto da il quotidiano : El Commercio
traduzione Pietro Liberati
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