Festeggiato a Lima il 25 aprile

 

con l'Associazione:

il Presidente di Italia 2000 , Vaccaro

Il nuovo direttivo dell'Associazione Italia2mila, presieduto da Gianni Vaccaro, con l'appoggio del Istituto Italiano di Cultura, gestito dal professore Nadir Morosi, nei locali dell'Istituto hanno commemorato il 25 aprile, 57º anniversario della Liberazione.
Pur essendo una ricorrenza ufficiale in Italia e giorno festivo non lavorativo, da queste parti è la seconda volta che si ricorda pubblicamente questo avvenimento.
Quest'anno, con una disposizione innovativa, l'Ambasciata lo ha  dichiarato giorno festivo e tutti gli uffici dipendenti da tale Ente sono rimasti chiusi.

Alla presenza dell'Ambasciatore dottor Sergio Busetto, sua consorte Annalisa e il genitore del nostro rappresentante, ex Onorevole per la circoscrizione di Padova Ingegnere Busetto, il presidente del COMITES Giovanni Defendi, funzionari della sede diplomatica e numerosi membri della nostra collettività è iniziata la cerimonia.Il professore Luigi Bruzzone, nelle vesti di maestro di cerimonia, dopo una breve presentazione della ricorrenza, ha dato la parola al Presidente, che dopo il saluto di benvenuto ha annunciato che


 alcuni illustri partecipanti

 sarebbe stato letto il discorso che il Presidente della Repubblica Ciampi ha pronunciato, quello stesso giorno, nel conferire la medaglia d'oro alla città di Ascoli Piceno ed ha ceduto la parola al prof. Bruzzone:
Il testo del discorso: 


Il prof. Luigi Bruzzone

«Onorevole Ministro della Difesa, Autorità civili, militari, religiose, 
Cittadini di Ascoli Piceno,
sono particolarmente lieto di essere oggi con voi in questa piazza, che ricordavo straordinariamente bella; ma riviverla con voi la rende ancora più bella. 
Ho appena decorato il gonfalone della vostra città con la Medaglia d'Oro al Valore Militare. Ciò che avvenne in quei mesi del 1943 e del 1944 in queste terre è la sintesi di quello che oggi, dopo decenni di sedimentazione e di dibattito, sappiamo essere stata la Resistenza: una reazione delle coscienze alla sfida contro i valori e la dignità dell'uomo. Fu una reazione che si affermò in modi diversi a seconda delle circostanze, ma fu una reazione largamente diffusa, spontanea. 

Dopo l'8 settembre, ci fu la Resistenza attiva di chi prese le armi in pugno, partigiani, soldati, militari che seguirono l'impulso della propria coscienza; ci fu la Resistenza silenziosa della gente, dei cittadini che aiutarono, soccorsero, feriti, fuggiaschi, combattenti, esponendosi a rischi elevati. Ci fu la Resistenza dolorosa dei prigionieri nei campi di concentramento, di chi si rifiutò di collaborare.
Questi diversi modi di vivere la Resistenza sono presenti, tutti, in questa città. Colpisce il coraggio dei giovani avieri, appena arruolati, che non si rassegnarono dopo l'8 settembre e respinsero per alcuni giorni, con gravi perdite, le truppe germaniche; dei capitani Bianco e Canger dell'Arma dei Carabinieri che diedero vita a uno dei primi raggruppamenti partigiani, già nell'autunno del 1943. Poi, tanti civili, studenti, come Adriano Cinelli, il primo caduto della Guerra di Liberazione, professionisti e lavoratori animarono le brigate partigiane che combatterono fino all'arrivo degli alleati. 
Questa medaglia oggi ricorda ai nostri giovani il desiderio di riscossa che animò gli italiani in quella tragedia e che trovò conclusione con la nascita della Repubblica, con la promulgazione della Costituzione.
Il 25 aprile di quest'anno è segnato da un'immagine che rimarrà per sempre nei nostri cuori: il Presidente della Repubblica Federale di Germania e il Presidente della Repubblica Italiana tra le querce del Monte Sole, a Marzabotto, tra le rovine della chiesa di San Martino dove, nel settembre del 1944, vennero trucidate decine di persone inermi con una ferocia inaudita.
Abbiamo sostato insieme, fianco a fianco, per onorare, in silenzio, le vittime; per incontrare i superstiti di quello scempio, i parenti dei Caduti; per meditare e ricordare. Gli italiani si sono commossi per quel gesto del Presidente Rau, per quelle sue parole. Non le dimenticheremo. A Marzabotto abbiamo sentito dentro di noi che stavamo vivendo qualcosa di importante e nobile, nel percorso di una memoria vissuta come forza viva della nostra democrazia, una democrazia forte, intrecciata indissolubilmente con gli altri popoli d'Europa, legati nella comune cittadinanza dell'Unione Europea. Dalla tragedia della guerra la mia generazione uscì con una idea chiara: costruire un'Europa sorretta da istituzioni fondate sui principi della democrazia, un'Europa generatrice di pace, l'Europa dei valori, della libertà, della giustizia, del rispetto della dignità umana, della solidarietà, della forza serena di Stati democratici, che oggi si riconoscono in una comune cittadinanza; domani in una comune Costituzione.   Questa Europa, la nostra Europa ha garantito sessant'anni di pace e, in tempi recenti, ha saputo portare la pace al di fuori dei confini dell'Unione, con l'impegno delle sue Forze armate. Il consenso dei cittadini europei verso questo comune destino è forte e crescente. E' la base democratica sulla quale proseguire. Questo consenso si fonda non sull'oblio, ma sulla consapevolezza del passato.
Il lavoro della memoria è difficile, complesso, ma è indispensabile per capire il senso del cammino percorso dal 1945 a oggi, dell'immenso valore delle istituzioni che abbiamo costruito per noi e per le generazioni future: la Costituzione Repubblicana, i Trattati dell'Unione Europea. Certo, il lavoro della memoria presuppone la giustizia, non per spirito di vendetta, ma per riaffermare i fondamenti dei nostri ordinamenti, della nostra civiltà; il lavoro della memoria impone soprattutto che nessuna delle vicende di quegli anni venga dimenticata.
E in questo senso, il lavoro fatto negli anni Novanta dalla Magistratura militare e dalla Commissione Giustizia della Camera dei Deputati è prezioso e va proseguito.
La storia è un'azione di ricostruzione lenta e paziente, va arricchita ogni giorno di nuovi approfondimenti, di nuove testimonianze; ciò non ha nulla a che fare con un improponibile revisionismo. Per questo è importante celebrare - con solennità e in spirito di riconciliazione - il 25 aprile, anniversario della Liberazione.
Oggi gli italiani hanno riscoperto l'inno di Mameli, lo hanno riscoperto nella sua musica e nelle sue parole; esse ci fanno rivivere il risveglio di un popolo che cercava unità e libertà, che si sentiva partecipe della lotta per gli stessi valori degli altri popoli europei. Non è un caso che proprio nei mesi che seguirono la caduta del fascismo e l'8 settembre, patrioti e cittadini cantavano nelle strade l'inno di Mameli. Esso rappresenta quel filo rosso tra i sentimenti delle generazioni del Risorgimento e di quelle della Repubblica, quegli ideali che ancora oggi hanno la loro sintesi migliore nelle due scritte del Vittoriano: "l'unità della Patria", "la libertà dei cittadini". Sono valori conquistati dal nostro popolo e che il popolo italiano custodisce e garantisce con le sue Istituzioni.
Viva la Repubblica!
Viva l'Italia! »

Dopo un scrosciante applauso, è stato invitato a prendere la parola l'Ambasciatore Busetto che si è rivolto ai presenti con le seguenti parole:

«Cari connazionali, cari amici e amiche,
Vi ringrazio per aver voluto partecipare a questa cerimonia che vuole ricordare, anche qui a Lima, il cinquantasettesimo Anniversario della Liberazione,il 25 aprile del 1945.
Vi ringrazio di cuore per questa testimonianza di a attenzione e di interesse che sono la prova di una convinta fede nella democrazia e nella libertà tanto più importante in questi momenti difficili che il nostro paese sta vivendo per il riemergere del terrorismo. Il terrorismo rappresenta, oggi più che mai, un gravissimo pericolo che dobbiamo isolare e sconfiggere proprio dei valori di libertà di solidarietà di ricerca della pace tra i popoli e di difesa della dignità umana che rappresentano l'essenza intima della 


l'Ambasciatore Busetto   

resistenza. Lungi da me l'intenzione di addentrarmi in una analisi politico-storiografico di quei tragici tempi, tra il 1943 ed il 1945. Non né avrei né titolo, né capacità.
E' mia intenzione invece svolgere alcune considerazioni su taluni caratteri distintivi della lotta di Liberazione, su taluni aspetti incontrovertibili e -credo- comunemente accettati. Una premessa però, innanzitutto, una premessa d'obbligo.
Occorre anche in questa sede raffermare la necessità della memoria per qualsiasi comunità o popolo che non voglia ripercorrere le strade del passato, ma costruire positivamente il proprio soltanto della memoria futuro. E si tratta non diretta di chi è stato testimone, ma anche della memoria storica di chi ha mutuato cognizioni dalla tradizione, dalla comunicazione orale e scritta, da gli studi i contenuti di tale memoria devono essere riversati soprattutto sulle nuove generazioni sui giovani che poco o nulla sanno di quell'epoca che va invece loro spiegata nella sua tragica complessità con forte impegno ed onestà intellettuale.
E' questa una responsabilità di noi tutti, indistintamente.
Primo, se è fuori dubbio che la Resistenza ha contribuito alla sconfitta del nazismo e del fascismo ed alla instaurazione di un nuovo e moderno sistema democratico è pur vero che questa straordinaria vittoria non è stata appannaggio di una sola "parte ". Non dobbiamo infatti dimenticare che al processo di resistenza antifascista, hanno partecipato largamente ed attivamente forze moderate della nostra società. L'unità antifascista è stata via via costituita da componenti idealmente diverse che vanno dalle posizioni dei partiti Comunista e Socialista a quelle del Partito di Azione, della Democrazia Cristiana e del Partito Liberale. Si è trattato di una diversità di tradizioni e di progetti politici che si sono tuttavia incontrati in quella comune matrice antifascista che ha consentito la nascita del disegno costituzionale e la formulazione del dettato stesso della costituzione della repubblica.
Secondo, il contributo della Resistenza Italiana alla vittoria finale è stato fondamentale, sorpassando di gran lunga le più ottimistiche previsioni... e ciò si badi bene -a detta degli stessi alleati. Tra i fattori che hanno concorso a questo risultato va menzionata anche quella sorta di cordone ombelicale che legò i partigiani alle popolazioni dei luoghi ove la guerra infuriava, un consenso popolare, fatto di un generale convincimento che il nazifascismo fosse un male, un male di cui soffriva tutta l'Europa e che combatterlo significasse marciare insieme con il resto dell'Europa.
La resistenza armata vera e propria restò sempre una minoranza, gli effettivi partigiani non superarono le centomila unità combattenti, nel momento di maggiore espansione e solo nei giorni del 1945 essa a conquistò un carattere di guerra popolare se con questo termine si vuole indicare una rivoluzione armata di massa.
Vorrei cogliere questa occasione per ricordare un aspetto non sempre adeguatamente valorizzato, quello del contributo dei nostri militari alla lotta contro il nazifascismo. Molti di loro si diedero alla macchia ed andarono ad alimentare le bande dei partigiani sulle montagne, non solo quelle autonome, ma anche quelle legate ai partiti molte delle quali furono comandate da ufficiali dell'esercito. 
E come non ricordare le migliaia di militari italiani sfuggiti alla cattura da parte dei tedeschi, i quali parteciparono ai movimenti di Liberazione nazionale nei Balcani, in Francia, Grecia, Albania e Polonia?
Oppure gli ufficiali ed i soldati, internati nei campi di concentramento, oltre seicentomila persone, la stragrande maggioranza dei quali decise di resistere e di non aderire alla repubblica sociale italiana. Un capitolo tragico ed eroico quest'ultimo della nostra storia recente al quale per troppo tempo non si è riservata la necessaria attenzione.
Terzo, le donne la guerra di Liberazione quale ruolo svolsero le donne nella Resistenza?
Normalmente il posto loro non era accanto ai combattenti più spesso furono impegnate nel rischioso compito di assicurare il collegamento delle strutture partigiane tra loro e con il CNL. Furono affidati alle donne compiti di cura dei feriti in montagna e nelle città. Tutta la rete cospirativa fece affidamento sul loro aiuto e sulla loro protezione sagace e discreta. La partecipazione della donna alla resistenza rappresentato indubbiamente uno degli aspetti più significativi del consenso popolare intorno alla guerra partigiana.
Sono passati molti anni ormai dal 25 aprile del 1945, ma i cambiamenti prodotti hanno comportato e per sempre una trasformazione della nostra società. La resistenza ha provocato la gestazione di una Italia diversa, consentendo a classi sociali restate fino ad allora estranee e spettatrici dei grandi eventi storici del nostro Paese, di riconquistare un ruolo di protagonisti.
La Resistenza, a differenza del Risorgimento, ebbe dunque la caratteristica di immettere nel circuito della nostra storia le cosiddette classi subalterne con una, direi fondamentale, spinta dal basso.
Viva l'Italia!, viva la Resistenza!»

Il pubblico, soddisfatto dalle parole del nostro massimo rappresentante, ha applaudito a lungo. Successivamente è stato invitato a fare una dissertazione sul significato della commemorazione, il professore Carlo Ghielmi che ha esordito:

«Celebrare il 25 aprile significa riflettere sugli "anni infernali" che precedettero la Liberazione. "Anni infernali", secondo Norberto Bobbio, "chi può dubitarne? Guerra di Etiopia, guerra di Spagna, l'impero di sangue, l'amicizia brutale, le leggi razziali, la guerra, il terrore - non immaginario ma vissuto giorno per giorno - del dominio di Hitler sul mondo".
La coscienza civile italiana quando si misura con questi drammatici eventi deve tener conto sia della catastrofe sia della riconquistata dignità nazionale, calpestata e umiliata dal fascismo: accettare senza reagire una dura occupazione, le confische, le coscrizioni forzate le deportazioni, non sarebbe stato degno del nostro popolo.
Nella resistenza confluirono diverse forze popolari, diversi stati d'animo e diversi propositi. All'inizio i primi gruppi di partigiani erano formati dagli sbandati del vecchio esercito. Nella confusione che seguì l'8 settembre quando fu annunciato l'armistizio -"pensavamo che le sofferenze fossero finite e invece è arrivato l'8 settembre", così ricordano in molti - l'esercito si sfasciò del tutto sia per la mancanza di ordini, sia per il frettoloso sgombero di Roma da parte dei capi militari e politici sia per le colpevoli esitazioni da parte dei comandanti più alti. "I soldati passavano come un gregge disfatto" ricorda Primo Levi, "mi si spezza il cuore vedendo gruppi di soldati sospinti come animali dalle SS", scrive Pietro Chiodi. "Ci hanno traditi, gli ufficiali sono scappati, anche il re ci ha abbandonati" gridano i soldati, accusando la perfida vigliaccheria del re "gaglioffo" a cui avevano prestato giuramento. D'altro canto ci furono episodi di sublime coraggio, ricordo per tutti il sacrificio degli ufficiali e dei soldati della divisione Acqui che a Cefalonia, il 14 settembre, sapendo di andare incontro alla morte, decisero di combattere contro i tedeschi piuttosto che subire l'onta della cessione delle armi. La loro scelta consapevole fu il primo atto della resistenza.
"Furono giorni di disperata umiliazione, seguiti però da una ripresa.... nel tormento di una tragedia nazionale senza precedenti noi vediamo il travaglio di un popolo che darà finalmente a se stesso le norme di vita" si scrive, qualche mese dopo, nel giornale "L'Italia libera".
Il vuoto istituzionale creato dall'8 settembre caratterizza il contesto in cui gli italiani furono chiamati a scelte alle quali molti di loro mai pensavano che la vita potesse chiamarli. La scelta dovette esercitarsi tra una disobbedienza dai prezzi sempre più alti e le lusinghe della tetra normalizzazione nazifascista. La scelta resistenziale è in primo luogo un atto di disobbedienza verso chi aveva la forza di farsi obbedire. Era una rivolta contro il potere dell'uomo sull'uomo, una riaffermazione dell'antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù. Per la prima volta nella storia dell'Italia unita, gli italiani vivono una esperienza di disobbedienza di massa: fatto di particolare importanza educativa per una generazione che, nella scuola elementare, aveva dovuto imparare a memoria queste parole del libro unico di Stato:
"Quale deve essere la prima virtù di un balilla?
L'obbedienza! e la seconda? l'obbedienza! (in caratteri più grandi) e la terza? l'obbedienza! (in caratteri enormi).
La scelta è compiuta in totale solitudine. "Ciascuno solo con la propria coscienza", scrive Giorgio Bocca, "le occasioni per riflettere non mancano: durante le marce, curvi sotto il carico, nelle veglie attorno ai fuochi quando si spegne la conversazione e la pelle del viso sente il calore forte e uguale della brace; nel buio delle prime guardie notturne. L'uomo che ripensa la sua scelta è moralmente vigile." 
Il partigiano Artom annota: "In quasi tutte le mie azioni sento un elemento più o meno forte di interesse personale, egoismo, viltà, calcolo, ambizione. Perché non dovrei cercarlo in quello degli altri? Perché, ritrovandolo, dovrei condannarlo severamente?"
"Le ragioni della scelta sono diverse ma non esclusive", continua Bocca, "Opportunismo? Certamente sì, chi va in montagna ci va anche per salvarsi da quella trappola per topi impauriti che è la città, per scampare alla casualità di giorni caotici e imprevedibili, per attendere in armi, alleato dell'ultima ora, l'arrivo degli angloamericani che immagina imminente. Però è un opportunismo recente, chi va in montagna sa bene di essersi dichiarato, di avere scelto la parte che sta contro il tedesco con tutti i rischi che ne conseguono. Spirito di avventura? Per molti sì, per i giovani è forse il sentimento dominante, ma le imprese rischiose lo esigono e non contrasta con le più meditate convinzioni. Poi c'è l'interesse politico che fra gli antifascisti militari è preminente. C'è e non può mancare, la guerra che inizia sarà politica anche se i giovani lo intuiscono appena. Ma si va in montagna soprattutto per rappresentare una protesta vivente, per un sentimento elementare di dignità, e questo lo capiscono tutti, giovani e anziani, colti e ignoranti:
"qui non si tratta di spirito eroico. E' lo spirito umano che sta in piedi e noi con esso". Volontà di resistere, di non abbandonarsi al panico e alla rassegnazione."
Beppe Fenoglio ha saputo esprimere con forza poetica la congiunzione di libertà e di energia conseguente alla scelta resistenziale del partigiano Yohnny, il protagonista del suo romanzo autobiografico:
"E nel momento in cui partì si senti investito in nome dell'autentico popolo d'Italia, ad opporsi in ogni modo al fascismo, a giudicare ed eseguire, a decidere militarmente e civilmente. Era inebriante tanta somma di potere, ma infinitamente più inebriante la coscienza dell'uso legittimo che ne avrebbe fatto. Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra".
La libertà di scelta è una disperata necessità che produce una repentina maturazione: "furono anni in cui molti divennero diversi da ciò che erano stati prima", si scoprì che "il prossimo" era diverso dalle "stupide moltitudini che urlavano menzogne nelle piazze", scrive Natalia Ginzburg.
"In quell'8 settembre sono diventato di colpo adulto.... da quel giorno ho fatto la mia scelta" ricorda un protagonista. Le scelte, comunque motivate, si iscrivono in un clima di entusiasmo morale che è assai lontano da quello, volta a volta rassegnato, cupo o risentito di molti combattenti dello stanco esercito che il regio governo tentava di rimettere in piedi nel Sud; così si esprime un ufficiale:
"Oggi la sola realtà che esiste è la nostra sconfitta con tutte le sue tremende conseguenze: fame, disoccupazione, disorganizzazione morale. Non sentite anche voi in quali incerti momenti si viva, quanto impossibile sia il ricostruire alcunché di solido?"
Compare, in molti episodi, la tendenza ad essere scelti piuttosto che a scegliere, fino alla tentazione a cadere alla rassegnazione, a restare nella "casa in collina".
La scelta nasconde delle insidie, comporta delle indecisioni: "Basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell'anima, e ci si trova dall'altra parte", dice il partigiano Kim, un personaggio del romanzo di Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno. Questo "nulla", capace peraltro di generare un abisso, poteva essere un incontro casuale con la persona giusta o con la persona sbagliata. Il risentimento contro gli artefici della sconfitta, la rabbia contro i responsabili dello sfascio, il disprezzo verso il re, Badoglio e i Generali fuggiaschi contenevano in sé il pericolo di reazioni incerte e oscillanti. Schietta è al riguardo la testimonianza di Nuto Revelli:
"Senza la Russia, all'8 settembre, mi sarei forse nascosto come un cane malato. Se nella notte del 25 luglio mi fossi fatto picchiare, oggi forse sarei dall'altra parte. Mi spaventano quelli che dicono di avere sempre capito tutto, che continuano a capire tutto. Capire l'8 settembre non era facile!"
In coloro che optarono per la repubblica sociale prevalse il timore di perdere la propria identità; un testimone parla della "sensazione di essere stato come sradicato" e descrive come questa si trasformasse in "rabbia sorda" in rifiuto di "passiva accettazione". 
"Accettare quella sconfitta significava accettare tutto ciò che ad essa aveva condotto: l'ipocrisia, la menzogna e la viltà... E noi non volevamo!". In seguito egli stesso registra lo sbiadimento delle ragioni della sua scelta.
Nelle situazioni sempre più difficili in cui ci si trova diviene necessario rinnovare la scelta compiuta; in un documento del Partito d'azione si legge:
"A tutti coloro che sono venuti alla lotta dalla tragedia del paese noi diciamo: non fatevi illusioni: rompere con lo Stato totalitario, non presentarsi alla leva, non giurare, resistere in qualsiasi forma e modo significa mettersi su una via che le cose stesse vi obbligheranno a seguire fino in fondo. La lotta contro il totalitarismo è totalitaria".
La scelta va quindi considerata piuttosto che come una istantanea illuminazione come un processo che si apre la strada a fatica perché affaticati e stanchi sono gli uomini che lo vivono. La scelta è anche un momento di smarrimento e di pericolo in cui si rivela il tremendo valore della libertà e in cui si afferma la dignità della persona. E' questo un lascito importante in tempi in cui la tendenza alla omologazione delle coscienze diventa sempre più subdola e pervasiva.
Concludo con queste parole di Primo Levi, tratte dall'opera Il sistema periodico:
"Perché la vita viva ci vogliono le impurezze e le impurezze delle impurezze, anche nel terreno, come è noto, se ha da essere fertile. Ci vuole il dissenso, il diverso, il grano di sale e di senape: il fascismo non li vuole, li vieta, e per questo tu non sei fascista; vuole tutti uguali e tu non sei uguale"»

Uno scrosciante applauso, quale dimostrazione d'affetto e in riconoscimento alle parole pronunciate, è stato tributato al professor Bruzzone che ha invitato i presenti ad effettuare un brindisi. Una cerimonia semplice ma significativa che ha lasciato tutti soddisfatti, ed ha evidenziato l'unità tra diplomatici, professori e partecipanti a sentire i commenti, tutti favorevoli. Dopo una breve pausa, gli intervenuti hanno assistito alla proiezione del film "Sciuscià", nella sala delle cerimonie.


il folto pubblico che ha partecipato alla ricorrenza

Ingº Pompilio Inglesi 

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