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Dalla Stampa italiana
Il 10 febbraio, in cui si ricorda la firma del Trattato di Pace del 1947, è
diventato sopratutto, La Giornata della Memoria e della Testimonianza, per non
dimenticare quanto accaduto. Oggi, lo Stato Italiano compie un atto di doveroso
omaggio e di profonda devozione verso tutti i Caduti e tutti gli esuli che, per
le vendette delle bande di Tito, hanno pagato la loro unica colpa: essere
italiani.
Intervista al PRESIDENTE DELLA FEDERAZIONE DELLE ASSOCIAZIONI DEGLI ESULI
C'era grande attesa nell'aria per la "prima" Giornata della Memoria, voluta dalle associazioni degli
esuli in Italia. Il 10 febbraio vuole essere un'occasione di bilancio e di riflessione sulla vicenda di
un popolo e del rapporto dello Stato italiano e dell'opinione pubblica nei confronti delle tematiche
che lo riguardano. Il quotidiano edito a Fiume in lingua italiana "La Voce del Popolo" celebra
oggi la Giornata della Memoria degli esuli italiani con un articolo di Rosanna
Turcinovich all'interno del quale il Presidente della Federazione delle Associazioni degli
Esuli, Guido Brazzoduro, intervistato, riflette sul valore di tale celebrazione e sul dolore degli
italiani che furono esclusi, all'indomani della seconda guerra mondiale, dai confini della loro
patria. Guido Brazzoduro ribadisce con forza " ...è la prima volta della 'nostra
Memoria' a due anni dall'approvazione della legge 211 del 20 luglio 2000 che stabiliva il 27 gennaio
quale giorno dedicato alla memoria delle persecuzioni del popolo ebraico. In un primo momento avevamo
pensato alla possibilità di condividere la medesima data, ma ci è stato detto trattarsi
di situazioni diverse".
- E così, preso atto di ciò, le associazioni dell'esodo compatte, decidevano di scegliere
autonomamente come Giornata della Memoria il 10 febbraio.
- "È stato celebrato per la prima volta nel 2003 - continua il Presidente -
perché è la data che ricorda il Trattato di pace del 1947, che ha sancito, senza alcuna voce,
parere o consultazione delle popolazioni interessate, il doloroso taglio dei confini italiani
del nord-est, quale 'prezzo ai vincitori jugoslavi'. È stato l'ultimo atto formale di quanto iniziato nel 1943 (l'Italia capitola) e proseguito dal 3 maggio 1945 (finisce la guerra) a
seguire".
-Sono questi episodi di storia che si ricordano non senza una certa amarezza perché le date
richiamano alla memoria episodi dolorosi che hanno coinvolto l'intero popolo dell'Adriatico
Orientale.
- "Non siamo stati solo testimoni di un passaggio amministrativo di genti e territori
da uno Stato all'altro, ma soprattutto coinvolti nostro malgrado in un atroce susseguirsi di
eventi che hanno conculcato cultura, lingua,tradizioni, fino all'eliminazione dell'esistenza
fisica delle genti, per cancellare una presenza secolare in quei territori. Non si è trattato
di una fine dell'amministrazione dello Stato italiano in Istria, a Fiume ed in Dalmazia,
ma il manifestarsi in modo violento della volontà di eliminare i segni e la presenza di
un popolo in quelle terre. Si è voluto eliminare in particolare l'italinità di quelle terre,
che non era incollegabile soltanto al periodo di amministrazione italiana tra le due
Guerre, ma era ben più antica e radicata dai tempi della Repubblica di Venezia o ancor più fin dai
tempi di Roma, che tanti segni ed opere ancora oggi testimoniano".
- Dopo anni di studi ed analisi degli eventi citati da Brazzoduro si è fatta strada una consapevolezza
di fondo...
- "Ricordiamo che fatti come quelli da noi vissuti sono sempre frutto non di eventi bellici,
non di una maggioranza che vuole e condivide gli atti arbitrari contro popolazioni inermi, ma del
disegno di una minoranza violenta, che coglie momenti di debolezza o disorientamento, per imporre con
la forza una propria azione mossa da ideologie particolari e spirito di rivincita, e non per volere
libero e democratico della maggioranza dei cittadini".
-Questa la storia. Ma quale il messaggio da cogliere?
- "Fa fede senz'altro il nostro parlarne finché avremo fiato. Consola, nello stesso tempo,
l'accettazione dell'autoctonia della minoranza italiana oggi presente e riconosciuta dagli
stessi successori dell'ex Jugoslavia, a confermare le profonde radici italiche, che, nonostante i fatti
storici, mantengono la presenza, la realtà, l'animus ancor oggi ivi esistente, nonostante la
presenza minoritaria. Ed è questo spirito, riconoscibile, che noi dobbiamo affermare e
testimoniare con la maggior forza possibile, perché rappresenta il vero valore che come esuli abbiamo
il dovere di ribadire e far conoscere. Ed è quanto la minoranza italiana delle terre perdute
dall'Italia deve condividere e celebrare con noi, per riaffermare la nostra comune ed unica
cultura come valore di verità, di democrazia, di giustizia e non di parte, perché possa diventare
patrimonio condiviso delle genti, da tutte e due le parti dei confini. Credere in questi valori
può vincere i rancori di quanti hanno vissuto i tristi fatti del passato, che ricordiamo proprio con
il 10 febbraio".
- L'idea di Europa unita è una occasione in più nel processo di riconciliazione?
- "Credo che il giusto ricordo possa essere la base ed il fondamento di nuove idee condivise,
su cui costruire una sintonia culturale e storica proprio nell'Europa unita, nella quale vincere le
passioni e le ideologie che nel passato ci hanno governati, che sono state causa dei tristi fatti per
troppo tempo sottaciuti perché scomodi ed accusatori. È questo quanto auspicavo nell'ottobre 2001,
quando nel breve indirizzo ai due Capi di Stato di Croazia ed Italia a Pola, con i discorsi ufficiali
a maggioranze e minoranze,sottolineavo la volontà di non dimenticare ma, nello stesso tempo, di
valorizzare le esperienze vissute dalla realtà italiana nel dopoguerra in quelle terre, per farne
tesoro e costruire su quei valori lo spirito europeo, che non deve ridursi a soli parametri
economici e quantitativi, ma deve essere un reale condiviso modo di conoscere e giudicare
la nostra storia. Ed è ancora questo che ho ricordato nel breve intervento di saluto rivolto al
Ministro per gli Italiani nel mondo on. Mirko Tremaglia ed alle autorità ed al pubblico presenti,
quando il 6 dicembre 2002 è stata inaugurata la rinnovata sede della Comunità degli Italiani
di Fiume. Dopo aver deposto una corona al Sacrario di Cosala sulle tombe dei caduti italiani della
prima guerra mondiale ivi sepolti, il Ministro ha ribadito che ogni caduto per la Patria, per un ideale,
per un valore, deve avere la nostra solidarietà ed essere commemorato".
- Questo l'indirizzo rivolto ai "rimasti" con i quali condividere una cultura comune,
ma che cosa intendete dire all'Italia con la manifestazione a Roma del 10 febbraio?
- "Vogliamo far sì che la conoscenza di fatti reali, testimoniati e certificati, possa a
ccomunare nella celebrazione che ci accingiamo a fare, tutte le forze democratiche del Paese,
per dare un segno concreto di quanto si afferma essere alla base dell'agire politico quotidiano.
Solo così sarà più facile discutere di valenza dei trattati, di interpretazione delle loro
'virgole', di sostanziali aspetti di giustizia e di riconoscimenti, prima che di
freddi indici, di misurazione di valori economici, di risarcimenti, di restituzioni, di spese
per questa o quella parte".
- Ma c'è secondo lei un segno che supporti questo suo appello?
- "Ne è stata prova la presentazione congiunta fatta prima a Zagabria e poi a Roma
del libro 'Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni 1939 -1947', ricerca congiunta
della Società di Studi Fiumani di Roma e dell'Istituto Croato di Storia di Zagabria, su fatti
e situazioni documentati, certi, verificati dalle parti, perché si giunga finalmente insieme
a dire la verità su quanto successo"
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