Il 25 aprile 

Nei locali dell'Istituto Italiano di Cultura di Lima, alla presenza di un ristretto numero di persone si è tenuta la cerimonia commemorativa del 25 aprile, Festa Italiana della Liberazione. Dopo il discorso d'apertura tenuto dall'ambasciatore, dottor Sergio Busetto, ha preso la parola  la professoressa MAE Valia Speranza, insegnante del Collegio Italiano Antonio Raimondi, che ha tenuto un interessante discorso che riportiamo integralmente di seguito. Al termine, dopo la visione del  film "I quattro giorni di Napoli" i partecipanti sono stati invitati a un "Vin d'Onor" , nel cortile principale, per festeggiare solennemente la celebrazione.


25 aprile 1945:  dopo anni di guerra vissuti con estrema confusione  sia politica che militare, di morti e sofferenze, l'Italia viene liberata dall'oppressione nazifascista. Quando le forze alleate irruppero nella pianura padana, trovarono le più importanti città già nelle mani dell'esercito di liberazione: la Resistenza aveva contribuito in maniera decisiva alla distruzione dei nazifascismo e preparato la strada alla costruzione di un'Italia democratica.
Sia la Resistenza che la data dei 25 aprile sono, negli ultimi anni, al centro di un dibattito storiografico e politico. La Resistenza fu guerra civile o guerra di liberazione? E che significato ha il 25 aprile?
É chiaro che la risposta é diversa in base all'idea politica di ciascuno, al suo atteggiamento nei confronti della storia e a cosa si voglia cambiare o conservare nella storia, come nel presente e nel futuro.
Ma le interpretazioni non cambiano gli avvenimenti passati: possono solo incidere sul modo di percepirli e quindi sul modo di porsi rispetto alla società attuale. Chi fa la storia, chi la studia e la insegna, ha bisogno di oggettività e verità, qualunque essa sia, comoda o scomoda: l'importante e leggere gli avvenimenti nel contesto in cui sono avvenuti, con le loro cause e relazioni reciproche, cosa che di solito impedisce un'interpretazione univoca e di parte. È inutile dare giudizi morali a uomini e avvenimenti del  passato, piuttosto é utile ricavarne insegnamenti, perché si affermino valori che riconosciamo come universalmente validi e perché non si verifichi più ciò che riteniamo universalmente orribile.
La storia é complessa, perché la vita umana é complessa. E complessa fu la fase della Resistenza, che sfugge a ogni tentativo di classificazione e definizione univoca, in una confusione tale che era persino difficile distinguere le classiche categorie di bene e male.
La lotta partigiana assunse diverse forme a seconda delle zone in cui ebbe luogo, meno presente nel sud dell'Italia, territorio liberato per primo, ma anche qui con episodi di eroismo popolare come le quattro giornate di Napoli. Formazioni partigiane nacquero subito dopo l'armistizio nell'Italia centrale, la zona più devastata dalla ritirata aggressiva dei tedeschi quanto dalla stessa avanzata degli "alleati" e dalle furiose battaglie che vi si svolsero. L'Italia ancora una volta divisa, non solo in due parti, ma sbriciolata tra  il governo di Badoglio, l'esercito ufficiale, l'esercito anglo-americano, i nazisti e la Repubblica di Salò sotto il diretto controllo tedesco. Fu quindi al Nord che la Resistenza si fece sentire maggiormente nelle sue diverse forme. Gruppi più o meno organizzati e armati che compivano atti di sabotaggio, evitando lo scontro frontale, a gruppi che utilizzavano la tattica della guerriglia, fino a vere e proprie formazioni militari. In alcuni casi si arrivò a costituire delle repubbliche partigiane, come nella Vai d'Ossola, cosa che denota ampio consenso e partecipazione popolare.
Questo innegabile e vasto appoggio é una caratteristica comune e generale, senza la quale la Resistenza non avrebbe avuto possibilità di successo.
La corrispondenza tra partigiani e masse popolari si manifestava nei modi più vari, dall'applauso pubblico, alla fornitura di viveri, al ricovero di feriti, al trasporto e l'occultamento di armi ecct. E a loro volta i partigiani distribuivano le derrate alimentari destinate alla Germania e compivano azioni favorevoli alla popolazione. Tale simpatia si manifestava soprattutto sulle montagne. "L'umanità di quei rozzi montanari - racconta Dante Livio Bianco - si risvegliava e vinceva i limiti della dura povertà e della gretta avarizia - forse, nel dar da mangiare e da dormire a sbandati affamati e sfiniti, qualcuno avrà pensato al figlio o al fratello analogamente soccorso nella lontana Russia da gente egualmente povera."
Ma chi erano i partigiani?
" I giovani arrivavano in montagna pieni di entusiasmo, di voglia di fare, con la retorica a volte tipica dei giovani, non coscienti dell'operazione politica cui pur davano un forte contributo tanto da affrontare i disagi, le sofferenze e la morte con consapevolezza e dignità.", racconta il partigiano Mario Mandolesi.
A volte questi giovani avevano le idee confuse, altre volte chiare idee politiche, spesso acquistarono coscienza proprio in seguito a questa scelta, fino al punto di accettare e affrontare con coraggio il proprio sacrificio in quanto necessario per la libertà degli italiani, come testimoniano le numerose lettere dei condannati a morte della Resistenza. E le idee politiche erano diverse e persino contrastanti tra loro, come dimostra la tragicomica definizione di "comunisti badogliani" data dai nazisti, con la quale questi stessi implicitamente ammettono il paradosso di essere riusciti a far andare d'accordo i comunisti con i monarchici e con tutto ciò che c'era in mezzo.
Nella Resistenza troviamo operai, studenti, intellettuali, contadini, piccoli artigiani, preti, soldati allo sbando dopo l'8 settembre, civili che sfuggivano a situazioni disperate o che prendevano la chiara decisione di non essere più passivi, ma di diventare protagonisti della storia.
E protagonisti della storia nella Resistenza civile diventano per la prima volta soprattutto gli operai, le cui lotte dei cosiddetto biennio rosso erano state stroncate dai fascisti e che con gli scioperi dei marzo-aprile del '43 contribuirono alla caduta di quel regime che aveva, fra l'altro, ridotto i salari ed eliminato ogni minimo diritto sindacale.
A una settimana dal primo sciopero nella Fiat Mirafiori di Torino, il 5 marzo, oltre centomila operai ogni giorno arrestavano la produzione reclamando il diritto alla vita e a migliori condizioni di lavoro e chiedendo la fine della guerra. Sono soprattutto quelli delle industrie belliche che presero coscienza della loro importanza: "Gli operai, smettendo di lavorare, fanno diminuire la produzione bellica e questa diminuzione anticipa la fine della guerra", dice l'operaia Olga Baravallo, denunciata alle autorità proprio per queste affermazioni.
Un'operaia, questa volta. Una donna. Sono proprio le donne l'altra categoria sociale che si va facendo protagonista nei vari aspetti della Resistenza civile e militare.
La donna che il fascismo aveva relegato al ruolo subordinato di sposa e ad una mera funzione demografica; quella donna che, però, durante le guerre aveva dovuto dare la lana dei suoi materassi per farne divise dei soldati, regalare la sua fede nuziale per sostenere l'esercito, lavorare nelle fabbriche al posto degli uomini al fronte, far sopravvivere i propri figli pur nella miseria diffusa ancor prima della seconda guerra, quando l'Italia era un paese fortemente arretrato, con bassi livelli di vita e di nutrizione, ed era impedita persino la triste speranza dell'emigrazione. La partecipazione delle donne alla Resistenza non é solo marginale e occasionale, né solo determinata dalle circostanze: la donna va prendendo coscienza, si libera dei ruoli che da sempre le erano stati assegnati e diventa protagonista della propria vita. Se ne parla poco nei libri di storia, ma sono tante le testimonianze di come la Resistenza femminile fu uno degli elementi più vitali di questa fase: la donna mantiene i collegamenti fra le formazioni partigiane, soccorre e accompagna i feriti all'ospedale, raccoglie e comunica informazioni e ordini, fa incontrare e conoscere persone, procura alloggi e documenti, trasporta denaro e medicinali, a volte armi e ordigni per il sabotaggio, porta aiuto e conforto alle famiglie dei compagni arrestati e deportati, trasmettendo messaggi affettuosi insieme a quelli strategici, e riesce persino a preparare una modesta torta ai ragazzi in occasione delle feste. Ma sa anche usare le armi e partecipa direttamente ai combattimenti, come dimostrano i dati ufficiali: 35.000 partigiane combattenti; 20.000 patriote, 4.653 donne arrestate e condannate; 2.750 deportate; 623 fucilate e cadute; 17 medaglie d'argento e 16 d'oro; l'associazione di antifasciste "Gruppi di difesa della donna" raggiunse nell'Italia occupata 70.000 iscritte.
I giornali femminili della Resistenza, dai vari orientamenti politici, lanciano fra l'altro l'appello a prepararsi ad amministrare e governare nella futura Italia libera e democratica, rivendicano la parità salariale e lavorativa, per acquistare una credenziale per la società nuova, perché "combattere per la guerra di liberazione significa anche combattere per i propri diritti di lavoratrici e di donne".
E l'importanza del ruolo delle masse, ma anche della coscienza civica individuale, emerge dalla drammatica frase di uno di questi giornali: "La nuova realtà é quella che tutti, uomini e donne, dobbiamo creare dalla presente rovina di cui siamo tutti, uomini e donne, più o meno responsabili, non per averla provocata, ma per non aver saputo evitarla".
Infatti, dalla rovina della guerra, dalle ceneri di un regime totalitario e razzista, nascerà una società fondata su principi democratici, molti dei quali mai riconosciuti in precedenza in Italia. Alla base della nostra Costituzione la sovranità popolare, la partecipazione di tutti i cittadini, per la prima volta anche le donne, alla vita politica; le libertà di pensiero, parola, e associazione; i diritti sociali fondamentali al lavoro, alla salute e all'istruzione; l'uguaglianza di diritti senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche e condizioni personali e sociali; lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica, la tutela dei patrimonio ambientale e culturale e, infine, il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come soluzione delle controversie internazionali.
Principi di valore universale costati il sangue di migliaia di persone. Principi che occorre continuare a difendere, perché la lezione della storia é che la libertà é difficile da conquistare, ma é facile perderla, e che l'orrore della violenza e della guerra sono sempre in agguato se si perde la memoria dei passato.
È proprio per la validità universale di questi principi che crediamo importante continuare a celebrare il 25 aprile non solo in Italia, ma anche in questo paese che ci accoglie, in cui lavoriamo con lo stesso spirito di uguaglianza e solidarietà, perché tutti i popoli meritano pace, rispetto, libertà e giustizia.

da Pompilio Inglesi da Lima 


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